IL LINGUAGGIO

Agu… tata… blrrrrrr… ago, ago… prrrffff… Queste potrebbero essere state le prime  «pseudoparole» di chiunque di noi, che ci fecero entrare in un universo insolito chiamato linguaggio. Un universo colmo di realtà nascoste dietro ogni parola e, soprattutto, dietro ogni silenzio. L’importanza del linguaggio che utilizziamo va molto oltre quello che, in principio, possiamo immaginare, perché, oltre ad essere uno dei veicoli più importanti della comunicazione, in lui sono marchiati tutti i condizionamenti culturali di secoli e, attraverso di lui, possiamo seguire le tracce di un passato che molte volte crediamo ormai superato.

Donne e uomini parlano linguaggi molto diversi, benché possa sembrare che parlino la stessa lingua. Approfondendo lo studio degli usi linguistici di ognuno di loro, scopriamo tutto un submundo che ci può aiutare a capire molti degli abituali conflitti tra le due specie. Sentiamo che è importante scoprirli e lavorarli per cercare insieme di convivere meglio. E questo è uno degli obiettivi di quest’articolo.

In primo luogo, uomini e donne non possono avere la stessa idea sul linguaggio, perché hanno aree cerebrali diverse per questa funzione. Nell’uomo, il linguaggio si situa nell’emisfero sinistro, e non si è trovata nessuna zona specializzata. Questo spiega perché quando parlano, non possono usare l’emisfero sinistro per molte altre cose. Loro prima parlano e poi fanno le altre cose, ma non sono soliti parlare e fare cose contemporaneamente. Invece «nelle donne, l’abilità del linguaggio si situa in una zona specifica localizzata principalmente nella parte frontale dell’emisfero sinistro e in una zona più piccola dell’emisfero destro». Cioè, utilizza i due emisferi e in zone precise, il che le rende possibile parlare mentre utilizza il cervello anche per altre attività. «Questo è il motivo per cui le bambine imparano le lingue straniere più rapidamente e facilmente dei bambini, e che ottengono voti migliori in grammatica, ortografia e punteggiatura». (Por qué los hombres no escuchan y las mujeres no entienden los mapas ,-“Perché gli uomini non ascoltano e le donne non capiscono le cartine stradali”-, Allan e Barbara Pease. Amat Editorial) .

A questo probabilmente si deve la differenziazione di funzioni delle due specie, fin dai tempi in cui si sviluppò il linguaggio. La donna ha sempre vissuto più in comunità, passava il suo tempo con le altre donne del klan che erano più abituate a condividere i loro ragionamenti e ad esprimere affetto attraverso la parola, oltre ad avere l’incarico di trasmettere il linguaggio alla prole. La conversazione per loro è un modo di organizzare la vita intorno a sé. L’uomo, invece, ha vissuto molto di più solo: la pastorizia, la caccia, i lavori nel campo… non implicavano la necessità di sviluppare il linguaggio. Benché sia riflessivo quanto la donna, non è stato addestrato a condividere il suo pensiero, e in lui si è conformato un modo distinto di comunicare più utilitario e più sobrio.

 
Vero è che, da sempre, il linguaggio ha significato per la donna un modo di esprimere i suoi sentimenti, di esprimere i suoi problemi, un modo di condividere la vita, mentre per l’uomo, parlare è un modo di raccontare fatti e comunicare cose puntuali. E questo ha continuato ad  alimentarsi nel corso dei secoli, di  generazione in generazione, perché anche se adesso le nostre funzioni sono diverse da quelle dei tempi antichi, le madri sono abituate parlare con le loro figlie di problemi, sentimenti… di loro stesse; mentre i padri sono soliti fare molte attività con i figli: pescare, giocare a pallone, a baseball… attività che non implicano quasi mai lo sviluppo della conversazione, e ancora meno su di loro o sui loro sentimenti.

Di per sé, la donna  è più cooperativa nella conversazione, perché interviene con turni brevi di parola, come appoggi che dimostrino all’interlocutore il suo interesse in quello che sta dicendo; o con domande brevi - quello che in inglese si chiama «tag questions»- come «non credi?, vero?, è così o no?», che favoriscono che l’altro entri nella conversazione. Alcune teorie affermano che queste domande brevi, molto utilizzate nel linguaggio femminile, mostrano l’insicurezza delle donne che hanno bisogno di sentire permanentemente l’approvazione.

Si sono fatti studi sull’interruzione nella conversazione, e i risultati sono stati francamente curiosi: nelle conversazioni tra donne, ci sono poche interruzioni; nelle conversazioni tra uomini, ci sono poche interruzioni; e nelle conversazioni tra uomini e donne c’è un elevato numero di interruzioni, delle quali il 96% sono provocate dagli uomini. Tuttavia, «loro credono che sono le donne quelle che interrompono. È normale che pensino così perché nel nostro tipo di società ha funzionato per secoli il mandato biblico del silenzio femminile e la funzione della donna era  stare «zitta» (Así hablan las mujeres –“Così parlano le donne”-, Pilar García Mouton. Ed. La Esfera de los Libros).

Il turno di parola e il tempo di intervento dipendono dallo status sociale. Maggiore è  lo status, maggior diritto di parola si ha. L‘uomo si è sempre considerato con maggior potere mentre la donna si è sentita inferiore e per questo lei è abituata a essere interrotta,  mentre lui no.

Se a tutto questo aggiungiamo i condizionamenti che la cultura maschile ha imposto alla donna, questo mondo sottomarino del linguaggio ci appare assolutamente rilevatore. «Il ruolo sociale che è stato riservato alla donna dal linguaggio, è quello della passività sociale. Deve essere una buona conversatrice ma non deve essere lei a condurre la conversazione, benché la indirizzi ascoltando attentamente, facendo domande opportune, mostrando interesse, etc. (…) Nei manuali di cortesia, le norme basilari che le donne devono seguire abitualmente sono due: la discrezione e l’invisibilità. E rispetto al linguaggio, tutto andava nella stessa direzione: non parlare molto, non interrompere, ascoltare con rispetto, non discutere, non risponde male, non dire brutte parole, non fare affermazioni brusche, non fare domande indiscrete, etc. Sono le norme di quella che si chiama cortesia negativa, che rimarcano ciò che non si deve fare e rinforzano un ruolo passivo» (Così parlano le donne, Pilar García Mouton. Ed. La Esfera de los Libros).

 
Vediamo quindi che la conversazione femminile è stata educata sulle norme della cortesia, mentre non altrettanto si può dire per quella maschile. In questo senso, le donne si scusano più degli uomini quando entrano in una stanza, quando calpestano un pavimento bagnato, quando bussano alla porta, quando arrivano tardi… Y también suelen verbalizar más que las aceptan, mentre l’uomo non lo considera necessario, soprattutto nelle relazioni più strette.  Questa è una causa frequente di conflitto tra uomini e donne, perché queste ultime aspettano scuse che non arrivano mai, mentre gli uomini non sentono la necessità di esprimerle a parole per dare per concluso l’argomento.

Altre caratteristiche del linguaggio femminile sono il gesto e la posizione del corpo. Le donne gesticolano di più, poiché sono state educate a essere più espressive, e inoltre quando parlano tra di loro, si guardano, c’è una maggior vicinanza fisica, cosa che nelle conversazioni tra uomini generalmente non accade. Le donne usano anche il corpo per far fluire adeguatamente la conversazione. Perché, in definitiva, come dice Pilar Garcia Mouton, «le donne sono state educate per essere le Gheisce del linguaggio».

 
Ma nel linguaggio, come dicevamo all’inizio dell’articolo, non è importante solo la parola ma anche il silenzio. Ci sono vari tipi di silenzi:

-Esiste un silenzio di cortesia, che si raccomandava alla donna nei manuali,  perché evita di contraddire. È il silenzio del sottomesso, di quello che ha bisogno di piacere agli altri.

-Un altro silenzio femminile è quello che agisce come arbitro familiare, che evita che ci siano discussioni familiari, etc.

-Il silenzio di castigo è quello che si utilizza come censura o come espressione di disaccordo. Quest’ultimo è molto utilizzato nello stile femminile perché, solitamente, lei non può esprimere il suo disaccordo, e l’arma che ha sviluppato, per far fronte a questo, è il silenzio.

 
Precisamente «uno dei maggiori problemi culturali tra l‘uomo e la donna è l’interpretazione dei silenzi. L’uomo si può insediare perfettamente nei silenzi senza avere nessun problema. I suoi silenzi possono essere silenzi comodi. (…) Le donne solitamente si arrabbiano e fraintendono il silenzio maschile, perché lo interpretano con lo stile femminile. Loro considerano la conversazione come un qualcosa di piacevole e cordiale. Le donne puniscono con il silenzio. Il loro sarebbe un silenzio ostile. E, quindi, interpretano il silenzio maschile come un silenzio aggressivo» (Così parlano le donne, Pilar García Mouton. Ed. La Esfera de los Libros).

Un’altra risorsa linguistica che è stata sviluppata dal femminino è l’uso dell’eufemismo. Le donne, proprio per la censura a cui erano sottoposte quando era ora di parlare, sono diventate grandi stratega dell’eufemismo, per poter dire le cose, ma senza apparire contraddittorie.

 
Altre strategie come relativizzare qualsiasi affermazione che fanno -con frasi come «Io credo… A me sembra…. Non so, ma io quasi preferisco…» - sono come una protezione che ammorbidisce la possibile risposta contraria del  suo interlocutore. Questa strategia è una trappola in cui, senza che se ne accorgesse, si è messa da sola, per la paura della possibile risposta violenta del maschio.

 
Tradizionalmente, la donna è stata spinta a non parlare di certe cose, come dire parolacce o parlare di oscenità o di sesso. Tutti questi argots le sono stati proibiti e, per questo motivo, ha utilizzato l’eufemismo. Ma questa censura giunse addirittura a comprendere il tema della malattia, per quanto riguarda le malattie delle donne. Anticamente c’erano malattie che non si potevano nemmeno nominare di fronte ai maschi, e quindi non potevano essere curate dai medici. Questo tabù è presente ancora oggi, perché tutto ciò che è relazionato alla riproduzione o il suo ciclo di fertilità, come per esempio la mestruazione, è motivo di permanente eufemismo.

A partire dagli anni sessanta-settanta, la donna incominciò a sviluppare il diritto a dire parolacce, come chi conquista il diritto a trasgredire la regola, diritto che fino ad allora era stato proprio del maschio. E attualmente le donne, soprattutto giovani, si vantano della possibilità di utilizzare queste parole malsonanti, come se avessero raggiunto un status più alto, senza accorgersi che, di nuovo, stanno cadendo nella trappola.

Il fatto è che, alla fine, la trappola della donna è stata voler imitare il linguaggio dell’uomo. Questa vedeva che era un linguaggio con maggior prestigio, con maggior valore sociale, e pensò che incorporarlo voleva dire avere lo stesso status e credibilità. Ma non è stato così, e lo possiamo vedere nelle donne che hanno incarichi direttivi. Quando una donna capo utilizza il suo linguaggio di donna -cioè, essendo cooperativa nella conversazione, permettendo che l’opinione dell’altro si sviluppi, facendo domande, parlando in prima persona plurale, dicendo le cose in forma indiretta, prestando più attenzione al suo interlocutore, utilizzando uno stile meno competitivo, non risaltando il suo potere con ordini diretti…- è considerata una persona poco adatta al comando. Perché abitualmente chiedere l’opinione degli altri è considerato un segno di insicurezza.

Per questa stessa ragione, alcune donne si sono impegnate a incorporare il linguaggio dei loro colleghi maschi,  che  è un  linguaggio più diretto, meno cooperativo e le cui caratteristiche si avvicinano di più a quelle che un capo deve avere. Tuttavia, non hanno ottenuto, generalmente, il risultato che cercavano, perché questo  stesso linguaggio in bocca ad una donna non è ben visto dai suoi subalterni e, soprattutto, lei continua a disidentificarsi.

 
Alcune femministe cercarono per decenni di rieducare il linguaggio della  donna. Sentiamo che non è questa la soluzione perché gli attributi del suo linguaggio non  hanno niente di cattivo. E c’è di più, in realtà il linguaggio femminile si avvicina di più all’ideale linguistico e, di fatto, gli uomini più educati si avvicinano più al linguaggio femminile che a quello dell’uomo  medio. Se un giorno si  dovesse impostare di nuovo la rieducazione linguistica, si cercherebbe di espandere gli usi del linguaggio femminile, perché sono quelli che appoggiano e fanno della conversazione un fatto solidale.

 

Il problema di fronte a cui si trova la donna non è il suo linguaggio, perché le sue caratteristiche non lo svalutano, ma piuttosto il ruolo sociale a cui è stata sottomessa. Nella misura in cui la donna acquisirà una coscienza diversa di ciò  che è e smetterà di sentirsi inferiore, schiava e addomesticata, rivaluterà il suo linguaggio, e non il contrario.

Tuttavia, è importante scoprire tutto questo mondo nascosto dietro al linguaggio, incominciare ad osservarci nel nostro modo di esprimerci, nel nostro modo di stare in silenzio, di relazionarci con il discorso dell’uomo, considerare che parte di questo linguaggio ci appartiene come specie, e che è appreso o imposto… Riconoscere poco a poco quello che potremmo definire il nostro «corpo linguistico», che alcuni chiamano «feminolecto», per riscoprire, in definitiva, chi siamo. Questo è l’unico modo di sapere cos’è veramente una donna: SCOPRIRE CHI SIAMO.

 

E se la parola crea, il nostro linguaggio crea tutta una realtà alla quale dobbiamo stare molto attente. Perché la parola può creare una realtà che guarisce o una realtà che ammala. Quale scegliamo?

Il fatto è che il linguaggio della donna, rispetto a quello lineare dell’uomo, è un linguaggio metaforico che ha bisogno dell’immagine, che ha bisogno del giro indiretto, che ha bisogno, in definitiva, di dilettarsi con la parola cercando, in questa anche la bellezza. Se la donna è un essere di bellezza a tutti i livelli, non può prescindere da questa nemmeno nel linguaggio. Ma generalmente, questo nella nostra società viene considerato come un segno di debolezza. Non siamo d’accordo.

 

Uomini e donne, come umanità femminina,

dobbiamo espanderci in questo linguaggio metaforico,

Perché solo così possiamo essere poeti e poetesse della vita,

I cui poemi non siano istanti interrati in un foglio di carta,

Senza che ogni avvenimento, ogni pensiero, ogni espressione,

ogni momento quotidiano possa essere avvolto dalla magia della poesia….

La poesia di comunicarsi, la poesia di vivere.

Solo quando siamo poeti, siamo specchio del ampio mondo.

Perché questo linguaggio metaforico è quello che più si avvicina al Divino.

Dio non ci dice le cose direttamente, ce le mostra attraverso segni,

casualità, circostanze, istanti, bellezza…...

Così dovrebbe essere il linguaggio del essere umano, di uomini e donne,

affinché la parola, finalmente, smetta di essere una freccia;

affinché la conversazione smetta di essere un motivo di conflitto;

Affinché il malinteso non sia né mal, ne  inteso,

Ma sia un ben sentito.